updated 25/03/2012 14.34 +0100

Zanzibar

A Natale c'era l'albero e anche il presepio, ovviamente. Sotto l'albero i regali, pacchettini gelosamente incartati e assolutamente tabł fino alla notte fatidica. Capitava anche di trovare un cesto, regalo di chissą chi: cellophane che scrocchiava
e lasciava intravedere bontą golose. E un torrone infilato di traverso.

Ecco, per me Zanzibar era il torrone, quello morbido al cacao con le nocciole, avvolto in carta stagnola dorata con un bambino di colore che sorrideva goloso e felice.

Poi ho avuto modo di attraversare quell'isola a nord di Dar es Salaam, calda e rigogliosa, prossima all'equatore, umida di verde e di vita. Quella vita brulicante ad ogni ora del giorno e della notte; strade sempre percorse da qualcuno che deve andare da qualche parte, che sbuca dal nulla di un cespuglio e cosģ scopri case incerte in luoghi improbabili. Una storia densa e lontana dai nostri libri scolastici fatta di commerci, di schiavi, di piantagioni e spezie. Un territorio di sessanta chilometri da nord a sud e quasi venti da est a ovest dove l'oceano respira con la marea e l'interno con le foreste; dove la capitale era l'unica con edifici in pietra e dunque non poteva chiamarsi che Stone town.

Niente a che vedere con il torrone se non il nero della notte.

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